Da “Alpianofolle”,

In bicicletta o in automobile … quattro posti vicini da non perdere!

* La Sacra di San Michele, il monumento simbolo del Piemonte (a 11 kilometri, 20 ‘ in auto, in bici pendenza media 6% con punte del 11%; Comune di Sant’Ambrogio):
L’angelo Michele ricorre cinque volte nella Sacra Scrittura: in particolare, nel libro di Daniele, di lui si dice essere il capo supremo dell’esercito celeste in difesa dei giudei perseguitati, mentre nel libro dell’Apocalisse, Michele è il principe degli angeli fedeli a Dio, combatte e scaccia il drago (Satana) e gli angeli ribelli.
San Michele è quindi venerato dalla tradizione cristiana come difensore del popolo cristiano, e, rappresentato come guerriero, è chiamato in difesa contro i nemici della Chiesa. Dall’oriente il culto dell’Arcangelo si diffuse e si sviluppò nelle regioni mediterranee in particolare in Italia, dove giunse assieme all’espansione del cristianesimo.
Nel V secolo sul promontorio del Gargano sorse il più antico e più famoso luogo di culto micaelico dell’occidente, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo.
Molto presto questo Santuario divenne un luogo importante per la diffusione del culto micaelico in Europa e in Italia e rappresentò il modello ideale per tutti i santuari angelici successivi, che furono appunto eretti “ad instar” di quello garganico: le cime dei monti, i colli, i luoghi elevati, le grotte profonde furono dalle origini considerate come la sede più appropriata per il culto degli angeli e di Michele in particolare.
In Francia nel 708 o 709, su un altro promontorio, sulla costa della Normandia, fu consacrato all’Angelo un santuario detto di Mont-Saint-Michel “au péril de la mer” a causa del fenomeno dell’alta e bassa marea che rendeva pericoloso quel luogo.
Il culto di San Michele approdò in Val di Susa nei secoli V o VI. L’ubicazione della Sacra in altura e in uno scenario altamente suggestivo, richiama immediatamente i due insediamenti micaelici del Gargano e della Normandia. Fondata sullo sperone roccioso del monte Pirchiriano si trova al centro di una via di pellegrinaggio di oltre duemila chilometri che unisce quasi tutta l’Europa occidentale da Mont-Saint-Michel a Monte Sant’Angelo. L’elemento peculiare della Sacra di San Michele è la sua posizione alla sommità del monte Pirchiriano, uno sperone roccioso appartenente al gruppo del Rocciavré nelle Alpi Cozie (alt. 962 metri s.l.m.). Pirchiriano è il nome antichissimo del monte, forma elegante di Porcarianus o monte dei Porci, analogamente ai vicini Caprasio, o monte delle Capre e Musinè o monte degli Asini. Il monte vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.c. quando le Alpi Cozie diventano Provincia Romana, il luogo, data la sua posizione strategica, viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare, “castrum”. Dal 569 d.c. i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie. E’ in questo periodo che in Valle di Susa vengono erette le famose “Chiuse dei Longobardi” (delle quali rimangono alcune vestigia nel sottostante paese di Chiusa di San Michele). Questi innalzarono muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi (dalla cui vicenda la tragedia ”Adelchi” del Manzoni), si ammassarono per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi. Nel 773 d.c. questi ultimi, vincitori della battaglia delle Chiuse, conquistano la zona e vi rimangono fino all’888 d.c., anno in cui i Saraceni invadono le Alpi occidentali (restano alcune vestigia in Alta valle di Susa) ed esercitano il loro dominio per un’ottantina di anni.

Lo storico più antico fu un monaco Guglielmo, vissuto proprio in quel cenobio e che, intorno alla fine del XI secolo, scrisse il Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa. In questo scritto, la data di fondazione della sacra è indicata nel 966, ma lo stesso monaco, in un altro passo della sua opera, afferma che la costruzione iniziò sotto il pontificato di papa Silvestro II (999 – 1003). In sostanza l’origine vera e propria della costruzione risale al tempo in cui visse il santo  Giovanni Vincenzo, tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo.

            Accanto al sacello più antico, Giovanni Vincenzo ne realizzò un altro che è l’ambiente centrale della cripta. Nei decenni successivi, la struttura dell’abbazia, affidata ai Benedettini, si sviluppò progressivamente dando asilo ai pellegrini e protezione alle popolazioni della zona; nel XI secolo fu infatti costruito l’edificio della foresteria, staccato dal monastero, e in grado di accogliere i numerosi pellegrini che, percorrendo la via Francigena, vi salivano per trovare ristoro fisico e spirituale.
Il Monastero Nuovo, oggi in rovina, venne edificato sul lato nord e aveva tutte le strutture necessarie alla vita di molte decine di monaci: celle, biblioteca, cucine, refettorio, officine. Questa parte del complesso si trova nel posto in cui probabilmente sorgeva il castrum di epoca romana. Di questa costruzione rimangono ora dei ruderi affacciati sulla Val di Susa: era un edificio a cinque piani, la cui imponenza è manifestata dai muraglioni, dagli archi e dai pilastri. Svetta, su tutte le rovine, la torre della bell’Alda, oggetto di una suggestiva leggenda: una fanciulla, la bell’Alda appunto, volendo sfuggire dalla cattura di alcuni soldati di ventura, si ritrovò sulla sommità della torre. Dopo aver pregato, disperata, preferì saltare nel burrone piuttosto che farsi prendere; le vennero in soccorso gli angeli e miracolosamente atterrò illesa. La leggenda vuole che, per dimostrare ai suoi compaesani quanto era successo, tentasse nuovamente il volo dalla torre, ma che per la vanità del gesto ne rimase uccisa.

L’abate Ermengardo, che resse il monastero dal 1099 al 1131, fece realizzare l’opera più ardita di tutta l’imponente costruzione, l’impressionante basamento che, partendo dalla base del picco del monte, raggiunse la vetta e costituì il livello di partenza per la costruzione della nuova capiente chiesa. Questo basamento è alto ben 26 metri ed è sovrastato dalle absidi che portano la cima della costruzione a sfiorare i 1.000 metri di altitudine rispetto ai 960 del monte Pirchiariano.   Proprio la punta del monte costituisce la base di una delle colonne portanti della chiesa ed è tuttora visibile e riconoscibile grazie alla presenza di una targa riportante la dicitura: “culmine vertiginosamente santo” modo in cui amava definire questo posto il poeta rosminiano Clemente Rebora.
La nuova chiesa, che è anche quella attuale, è stata eretta su strutture possenti e sovrasta le più antiche costruzioni che sono state così inglobate. Questa costruzione dovette richiedere molti anni e il trascorrere del tempo è documentato nel passaggio che si trova all’interno delle campate tra il pilastro cilindrico e quello polistilo e nel variare del gusto che passa dal romanico al gotico sia nelle decorazioni che nella forma delle porte e delle finestre.

Il lavoro durò a lungo e fu più volte interrotto a causa delle difficoltà che si incontravano nella realizzazione di un’opera tanto imponente; in particolare richiese molto tempo la costruzione del basamento e delle absidi, che furono costruite per prime con la prima campata sostenuta da due pilastri rotondi. Tutto questo ha comportato, nelle navate, il sovrapporsi di tre tipi di architettura: uno stile romanico con caratteristiche normanne, uno stile romanico che si può definire di transizione ed infine uno stile gotico francese. Gli interventi fatti per adattare lo sviluppo architettonico al particolare ambiente hanno portato al rovesciamento degli elementi costitutivi fondamentali. In tutte le chiese la facciata è sempre localizzata frontalmente rispetto alle absidi poste dietro l’altare maggiore e contiene il portale di ingresso; al contrario, la facciata della sacra si trova nel piano posto sotto il pavimento che costituisce la volta dello scalone dei Morti. La facciata è sotto l’altare maggiore, ed è sovrastata dalle absidi con la loggia dei Viretti, visibile dalla parte del monte rivolta verso la pianura.

Dopo seicento anni di vita benedettina, nel XVII secolo, la Sacra restò quasi abbandonata per oltre due secoli. Nel 1836 Papa Gregorio XVI, nominò i rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali. Contemporaneamente, il re affidò loro in custodia le salme di ventiquattro reali di casa Savoia, traslate dal duomo di Torino, ora tumulate in santuario entro pesanti sarcofaghi di pietra.

 

* La Villa Romana di Grange di Milanere ad Almese (a 8 kilometri, 15 ‘ in auto, in bici percorso quasi pianeggiante; Comune di Almese):

I resti della villa romana di Almese, la cui costruzione risale probabilmente al I secolo d.c., si trovano in località Grange di Milanere o Rivera. Il complesso sorge a mezza costa, in alto rispetto all’antistante pianura quanto basta a situarla in una posizione climaticamente favorevole e di notevole interesse panoramico, spaziando dalla morena di Rivoli, al Pirchiriano, alla montagna dell’alta valle di Susa, al Rocciamelone e alle più dolci pendici del colle del Lys.

La villa, il più grande edificio privato di epoca romana del nord Italia, era un vasto complesso di circa 5.000 metri quadrati e si sviluppava su più livelli, mentre la villa contava due piani edificati attorno a un grande cortile centrale porticato, circondato da ambienti su tre lati.       L’articolazione di questi ambienti è solo in parte ricostruibile dalle tracce dei muri di fondazione e dai materiali architettonici precipitati a valle nel crollo che ha distrutto la villa, probabilmente nel IV secolo d.c.

Tutte le murature erano intonacate: nel piano inferiore con intonaci grezzi, mentre al piano superiore con intonaci dipinti. Questa distinzione suggerisce una destinazione residenziale degli ambienti del primo piano, mentre il piano terra, più modesto, sembra essere stato in uso alla servitù, o a coloro che lavoravano alle dipendenze dei proprietari. I pavimenti erano variamente realizzati con mosaici, cocciopesto a scaglie di pietra bianche e colorate, o in semplice malta su vespaio.

Il contesto specifico in cui la villa di Almese si inserisce, accresce e al tempo stesso permette di meglio definire la sua importanza. La villa si colloca, infatti, in una fase molto precoce della romanizzazione, ai margini della strada delle Gallie che è all’origine della deduzione della colonia di Augusta Taurinorum, in immediata prossimità della statio ad fines (Drubiaglio di Avigliana) che della romanizzazione della zona deve essere stata un punto nodale.

La villa è stata scoperta alla fine degli anni ’70 del XX secolo e nel 1980 sono iniziati gli scavi a cura della Soprintendenza ai beni archeologici del Piemonte in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Antropologiche, Archeologiche e Storico Territoriali dell’Università di Torino. Le campagne di scavo sono proseguite per diversi anni e l’ultima risale al 2007.

* L’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso (a 6 kilometri, 10 ‘ in auto, in bici percorso pianeggiante; Comune di Buttigliera Alta):
La precettoria di Sant’Antonio di Ranverso è situata a Buttigliera Alta Buttigliera; il nome del monastero combina la dedica a Sant’Antonio Abate e il toponimo di “Rivus Inversus“, un canale situato a nord delle colline moreniche oggi denominato bealera di Rivoli. Il convento fu ffondato nel XII secolo da monaci appartenenti alla famiglia degli antoniani, con un ospedale per soccorrere i pellegrini ammalati, in particolare quelli affetti dal fuoco di Sant’Antonio.

Attualmente è retta dall’Ordine Mauriziano: dall’antico complesso restano la chiesa col campanile e la sacrestia, l’ospedale trasformato ora in una casa colonica, un lato del chiostro, le cascine e una aprte del convento del XV secolo che è stata incorporata nell’odierno eedificio dell’economato mauriziona. Monumento di grande bellezza e scrgigno di tesori artistici, la Precettoria è poco conosciuta dagli itinerari turistici.

Con un atto del 1188, il beato Umberto III di Savoia donò ai frati di Sant’Antonio e agli infermi (Deo et Sancto Antonio et fratribus et infirmis) di Ranverso un mulino posto alla confluenza delle strade che, provenendo da Torino e da Rivoli, si riunivano in una unica via verso Avigliana nonché terreni e boschi circostanti ad calefaciendum et construendum (trad. per fondare e costruire).

All’epoca della donazione del beato Umberto III l’ospedale doveva quindi già esistere (nell’atto di donazione si legge che la stessa viene fatta anche infirmis, cioè ai malati) ma senza una struttura giuridica consolidata e senza una propria chiesa. La località si trovava in una collocazione strategica, molto frequentata, poiché era sul tracciato della via Francigena. Negli anni seguenti altri personaggi locali incrementarono i terreni con donazioni. Sant’Antonio di Ranverso, che in Italia fu quasi certamente la prima chiesa degli Antoniani, fu strutturata con lo scopo terapeutico tipico dell’Ordine, e per questo furono costruiti accanto alla chiesa un ospedale e una fattoria, con uno sviluppato allevamento di suini che furono usati, oltre che per la cura del fuoco, anche successivamente in occasione della terribile peste nera del 1347. La prima chiesa fu di modeste dimensioni, a una navata con abside semicircolare e un basso campanile. L’attività dei monaci era incessante; rispetto ai religiosi che abitavano le altre tappe di quel tratto della via Francigenaessi oltre ad ospitare i pellegrini soprattutto curavano gli infermi. E poiché facevano ciò senza chiedere alcuna ricompensa, come ricordano anche gli affreschi della chiesa, i contadini dei dintorni, riconoscenti, donavano spesso ai monaci i loro prodotti e in particolare i maiali. La Precettoria divenne quindi ben presto un importantissimo e fiorente centro, e fu la base per la diffusione in Italia dell’Ordine, dedito al servizio dei malati e in genere del bene comune. Quindi nei 3 secoli successivi si resero necessari ampliamenti a più riprese, e nel tardo XV secolo infine la chiesa assunse l’aspetto attuale.

Con il XVII secolo iniziò la decadenza dell’Ordine e con essa anche della Precettoria

Nel corso dei secoli la precettoria subì numerosi rimaneggiamenti che ne alterarono anche profondamente la forma originale, sia nell’impianto che nella decorazione. Tutto il complesso è caratterizzato dalla presenza ovunque del simbolo del tau. Oggi la chiesa ci appare nello stile gotico fiorito risalente al rifacimento del XIV secolo, con influenze del gotico francese dovute agli ultimi interventi (ghimberghe, abside). Adiacente alla chiesa vi è il trecentesco campanile, anch’esso in stile gotico.

La facciata, in stile tardo gotico-lombardo, è rivolta a ponente. Gli ultimi restauratori hanno individuato il colore originale della facciata, che non era solo di colore rosso mattone, perché le formelle ritrovate sono policrome e decorate con fregi geometrici a fogli d’argento e d’oro. La ricostruzione della decorazione ha così portato i restauratori a ripristinare la presenza di fasce di esagoni rossi, chiuse da una greca e da decorazioni floreali, e di due grandi tau, la lettera simbolo dei Frati Antoniani, ai lati del rosone. La parte bassa è caratterizzata dall’ingresso a 3 luci, ognuna di esse sormontata dalla caratteristica grande ghimberga decorata in cotto a motivi vegetali (soprattutto foglie di quercia e ghiande, nutrimento tipico dei maiali) e terminanti con pinnacoli.

Il gusto tardo gotico ha portato all’esasperazione l’elemento delle ghimberghe, che in questa facciata occupano quasi tutta l’altezza dell’edificio e lo caratterizzano con forza. Questo tipo di decorazione rappresenta il punto di incontro tra creazione artistica ed esecuzione artigianale: gli elementi decorativi venivano creati negli stampi e riprodotti in formelle, che consentivano di ripetere più volte i motivi ornamentali. Con questo sistema sono state così eseguite le cornici dei portali, le ghimberghe, le finestre, il rosone, i coronamenti del tetto, i pinnacoli, i fianchi della chiesa, l’abside, il campanile.

Nel portico i pilastri a colonnina sono sormontati da interessanti capitelli in pietra verde, rappresentanti teste di mostri, animali, volti femminili, volti maschili bifronti che recano ancora evidenti tracce dell’antica coloritura e ornamenti vegetali anche qui di foglie di quercia e ghiande.

Il portico è coperto da volte a crociera decorate con affreschi cinquecenteschi.

L’interno contiene una interessante decorazione, con affreschi dipinti in varie epoche dal XIII secolo in avanti, alcuni attribuiti a Giacomo Jaquerio.  I cicli affrescati generalmente attribuiti a Jaquerio all’interno della chiesa sono:

  • gli episodi della vita della Vergine nella terza cappella della navata sinistra: il ciclo comprende l’Annunciazione, la Visitazione e la Natività, l’Adorazione dei Magi e la Presentazione al tempio, la morte della Vergine, con Sant’Eutropio a sinistra e San Dionigi a destra.
  • le storie di San Biagio nella navata destra: il bambino liberato dalla spina, San Biagio tra gli animali, San Biagio e i cattivi barcaioli. La resa della figura del Santo è assai raffinata, con toni tenui che sottolineano la spiritualità dei soggetti rappresentati. All’interno di un medaglione un ritratto secondo alcuni sarebbe del pittore stesso.
  • la Vergine in trono con il Bambino e l’arcangelo Michele, santi, re e profeti dell’Antico Testamento sulla parete sinistra del presbiterio;
  • gli episodi della vita di Sant’Antonio Abate sulla parete destra del presbiterio (tra cui le tentazioni subite dal Santo e la curiosa processione degli offerenti dove sono raffigurati dei contadini che portano in dono i maiali).

In effetti, a rigore, l’unica opera autografa di Jaquerio sono il ciclo di affreschi del presbiterio, l’Imago Pietatis. Oggi si ritiene che gli affreschi di non certa paternità jaqueriana siano comunque attribuibili, se non direttamente a lui, perlomeno ad una scuola operante nei primi decenni del XV secolo alle direttive del maestro divenuto ormai anziano.

Sull’altare vi è un grande polittico dipinto da Defendente Ferrari nel 1531, come ex voto della città di Moncalieri dopo una pestilenza, di gusto pienamente rinascimentale, con una grande ricerca della volumetria delle figure e della resa prospettica delle scene.

La sacrestia presenta un rimarchevole ciclo di affreschi, opera attualmente attribuita a Giacomo Jaquerio e datata intorno al 1430; il più notevole e famoso, la Salita al Calvario, considerato il capolavoro della pittura tardo-gotica piemontese. La scena, molto affollata, presenta una cortina di figure umane e sopra di esse una selva di lance e alabarde, a contorno della figura dolente del Cristo carico della croce strattonato e molestato da personaggi grotteschi e crudeli.

 

* Il Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli (a 10 kilometri, 20 ‘ in auto, in bici percorso pianeggiante; Comune di Rivoli):
Si tratta di uno dei più importanti allestimenti di arte contemporanea in Europa.. Ha sede nella residenza sabauda del castello di Rivoli.
Restaurato a partire dal 1979 per volontà della Regione Piemonte, il castello, ampliato originariamente nel XVIII secolo dall’architetto Filippo Juvarra, diventa sede del museo d’Arte Contemporanea nel 1984, quando inaugura con “Ouverture”, un’ampia panoramica sulle ultime tendenze, e si accredita in breve tempo come uno dei più importanti spazi europei per l’arte contemporanea. L’intervento dell’architetto Andrea Bruno sul corpo principale, completato nel 1984, ha portato da un lato alla rimozione di tramezzi e superfetazioni, fino a ristabilire la grande scala della distribuzione interna del castello originario, dall’altro, è consistito nella realizzazione di una serie di installazioni architettoniche volte a ridistribuire i percorsi (scala sospesa), a segnalare all’esterno la ristrutturazione (passerella a sbalzo), o a fornire particolari servizi al museo (sala-anfiteatro al piano terreno).
Il primo nucleo della collezione del museo ha visto la luce grazie alle numerose donazioni fatte da artisti e sostenitori pubblici e privati. Il primo artista a donare un’opera al museo è stato l’artista Sol LeWitt che nel 1991, scelta una sala del castello, vi ha realizzato una grande installazione tuttora visibile al primo piano. Oggi la collezione permanente al primo e al secondo piano, presenta opere di artisti di fama internazionale con particolare attenzione al minimalismo, all’arte concettuale, alla Land Art e all’Arte povera.
Le opere sono talvolta concepite dall’artista per uno spazio o una sala particolare come dimostrano, fra le altre, l’ambientazione di Lucio Fontana, la sala dipinta di Sol Lewitt, le sculture di Claes Oldenburg o di Giovanni Anselmo. Particolare rilievo meritano le opere del gruppo dell’Arte Povera – Merz, Zorio, Penone, Pistoletto, Paolini, Mainolfi, Kounellis – e lo spazio dedicato ad alcuni stranieri come Beecroft, Oppenheim, Buren, Kirkeby, Horn.

Con l’inaugurazione della cosiddetta Manica Lunga (l’edificio seicentesco originariamente adibito dapprima a caserma e poi a pinacoteca) nel 1991, viene rifunzionalizzata anche questa parte del complesso monumentale della residenza sabauda. L’edificio lungo oltre 140 metri di lunghezza per 7 metri di larghezza, ospita le mostre temporanee e dispone di una sala convegni, biblioteca, videoteca, laboratori didattici, bookshop, sala lettura e caffetteria.
Dal 2003 il museo d’Arte Contemporanea è anche sede del primo museo in Italia della Pubblicità. È il segno della grande passione per questa forma di comunicazione che a Torino ha avuto uno dei suoi geni più rappresentativi: Armando Testa.

Il Castello di Rivoli, è stato costruito sui resti di un castello dell’epoca medioevale esattamente del secolo XI, il progetto iniziale fu di Juvarra per Vittorio Amedeo II di Savoia.
Era stato Carlo Emanuele I, nel ‘600, a voler edificare a Rivoli (luogo in cui era nato) un grande palazzo, al progetto del quale aveva lavorato Ascanio Vittozzi, ma che venne di fatto costruito da Carlo di Castellamonte, il castello però non fu mai portato a termine, rimase in costruzione la parte centrale del palazzo, insieme con l’atrio e gli scaloni d’onore.

Altri interventi, pur se scarsi e insufficienti, furono poi eseguiti nel 1793, poi all’inizio del XIX secolo il palazzo comincio a diventare per i Savoia un onere troppo grande, e fu ceduto in affitto al Comune di Rivoli che in seguito, nel 1883,  l’acquistò interamente. Il castello servì da alloggio per le guarnigioni militari perdendo per le varie occupazioni militari e i vari incendi gran parte dell’arredo.
Dal 1997 è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Gli ultimi lavori terminati nel febbraio 2014 hanno portato alla luce sul piazzale sud la seicentesca cisterna dell’acqua.

Era stato Carlo Emanuele I, nel ‘600, a voler edificare a Rivoli (luogo in cui era nato) un grande palazzo, al progetto del quale aveva lavorato Ascanio Vittozzi, ma che venne di fatto costruito da Carlo di Castellamonte, il castello però non fu mai portato a termine, rimase in costruzione la parte centrale del palazzo, insieme con l’atrio e gli scaloni d’onore.

Altri interventi, pur se scarsi e insufficienti, furono poi eseguiti nel 1793, poi all’inizio del XIX secolo il palazzo comincio a diventare per i Savoia un onere troppo grande, e fu ceduto in affitto al Comune di Rivoli che in seguito, nel 1883,  l’acquistò interamente. Il castello servì da alloggio per le guarnigioni militari perdendo per le varie occupazioni militari e i vari incendi gran parte dell’arredo.
Dal 1997 è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Gli ultimi lavori terminati nel febbraio 2014 hanno portato alla luce sul piazzale sud la seicentesca cisterna dell’acqua.